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Título: ( AB)SENSE. Percepire un vuoto nello spazio architettonico.
Autor: Pozzi, Alice Stella
Orientador: Mateus, Francisco Aires
Moreno, Joaquim
Palavras-chave: spazio
vuoto
riflessione
presenza
Data: 18-Jul-2018
Resumo: Se ognuno di noi dovesse pensare di dare una definizione personale di vuoto, subito ci renderemmo conto che questo, nell’immediato, richiama alla nostra mente un’altra immagine importante: lo spazio. Il vuoto viene spesso pensato in negativo come un nulla, opposto al concetto di pieno e negazione di materia in uno spazio definito. In architettura costruire uno spazio architettonico implica sempre una trasformazione. Vuoto e materia sono gli elementi che permettono di percepire tale cambiamento. Ogni edificio, ogni architettura ma anche ogni luogo più in generale viene definito da un alternarsi di stati e materie differenti. Una successione di limiti che danno vita a spazi e ne creano l’ambiente caratteristico. Da Democrito in poi il vuoto verrà pensato come quella qualità dello spazio che dà la possibilità al suo fruitore di compiere un movimento¹. Essendo l’architettura strettamente legata alla materia e alle sensazioni che questa riflette nell’osservatore, è importante dire che la mia indagine è una riflessione sul significato di vacuità che agisce nel campo più strettamente pratico dello spazio architettonico, lasciando da parte il territorio già ampiamente esplorato del concettuale e del filosofico. Il discorso può essere interpretato come un processo che si evolve dal vuoto materico fino ad arrivare all’idea di un vuoto puramente di sensazione, procedendo per immagini ed esempi di opere che in un qual modo conferiscono, anche se in maniera differente, un senso di vacuità all’osservatore. Inizialmente viene preso in considerazione il vuoto materico, ovvero il risultato di un processo di sottrazione di materia che si riflette in architetture a stretto contatto con l’ambiente naturale e spesso si identifica nella figura archetipica della caverna. Si prosegue poi con il less is moredi Mies, quella sottile riduzione progressiva di elementi architettonici che culmina con il negare ogni principio classico affermando una forte componente di vacuità. Affrontiamo poi i diversi significati di vuoto in quanto valore culturale. Nell’architettura giapponese shintoista è il recinto sacro entro al quale vengono accolti ed attesi i kami, ma anche quello delicato e riposante che permette la fluidità degli spazi interni delle case giapponesi, lo stesso che stimola la riflessione personale nelle case da thè. Per la religione cattolica invece lo stesso vuoto assume un’accezione universale, una vacuità che con i suoi spazi curvi e circolari è l’immagine dell’universo nella sua globalità, di Dio e di tutti gli dei. Infine si riflette sul vuoto in quanto sensazione che provoca a sua volta nell’osservatore sentimenti contrastanti. In Piranesi diventa nostalgia latente 2 , quella nostalgia generata da un tempo passato, quello romano, glorioso e magnifico, che trova nel presente una società arida e povera di contenuti. In molti artisti, invece, il vuoto diventa il sentimento scatenato quando la presenza umana viene meno. Matisse riflette nelle sue stanze rosse un senso di allegra serenità, Hopper dipinge la malinconia che si lasciano alle spalle i viaggiatori quando abbandonano le proprie camere d’albergo, in fondo ancora vive della loro presenza. La stanza di Van Gogh, invece, trasuda carattere e personalità, quelle dell’artista che si riflette in ogni particolare del luogo in cui abita e che, nonostante non sia presente sulla scena, si afferma con una presenza molto decisa. Malevich è il primo a dipingere un’assenza di colori e forme come riflesso della coscienza dell’osservatore. Insomma questo vuole essere un percorso che riflette sulle diverse idee di vuoto attraverso il grande denominatore comune dello spazio architettonico. Il mio obiettivo non è quello di esaurire il tema trattato, ma per lo più lasciarsi portare dalla corrente del pensiero e della sensazione 3 attraverso un cammino fatto di associazioni.
URI: http://hdl.handle.net/11144/3871
Aparece nas colecções:DA - Dissertações de Mestrado

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